Cittadini di serie B.
Si allarga la forbice tra Sicilia e Centro-Nord.

Di: Giuseppe Attilio Laudani - il: 01-02-2016

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I dati del rapporto SVIMEZ, resi noti pochi mesi fa, fotografano la situazione della realtà delle diverse ripartizioni economiche d’Italia, con confronti statistici su settori importanti quali la macroeconomia e l’università e sui cambiamenti verificatesi negli anni 2008-2014, caratterizzati dalla portentosa recessione economica, passata alla storia come “Grande Recessione”.

Il rapporto SVIMEZ analizza anche i dati relativi alle stime di popolazione fino al 2065 derivandone considerazioni pratiche sui futuri scenari economici, demografici, ecc. delle diverse aree, con attenzione al Sud e alla Sicilia.

In questo articolo intendiamo presentare i principali risultati di tale rapporto, relativamente agli aspetti macroeconomici, confrontando la Sicilia e il Centro-Nord.

Ci proponiamo in futuro di esaminare le statistiche relative all’università e alla popolazione.

Focalizzando l’attenzione, sui dati della ricchezza, riportiamo nella seguente tabella i valori del confronto dei più importanti parametri macroeconomici:

 

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Dai dati della tabella emergono delle considerazioni importanti:

come già affermato da importanti economisti e studiosi, la recessione e le politiche economiche di austerità, imposte dal governo nazionale e dai parametri europei, hanno danneggiato maggiormente il Sud, ed in particolare la Sicilia. La tabella mostra, infatti, un peggioramento di tutti i parametri macroeconomici, con variazioni negative in doppia cifra per la maggior parte di essie più accentuate che nel Centro-Nord;

il gap di ricchezza pro-capite tra Sicilia e Centro-Nord si è allargato tra gli anni 2008-2014. Mentre nel 2008 il PIL pro-capite di un siciliano rappresentava il 52,2% di un abitante del Centro-Nord, tale percentuale scende al 51,6% nel 2014.

La contrazione dei consumi enormemente più alta in Sicilia rispetto al Centro-Nord (più del doppio) dimostra che la percezione della crisi e i suoi effetti sui livelli essenziali di vita sono profondamente diversi nelle diverse aree del Paese.

E la contrazione maggiore degli investimenti in Sicilia lascia presagire una ripresa molto più lenta, come è testimoniato anche dalla profonda diversità dei tassi di variazione del valore aggiunto nei diversi settori produttivi.

Le perdite di posti di lavoro sono anch’esse maggiormente concentrate al Sud e in Sicilia, con un calo del 10,6% per i siciliani e appena dell’1,4% al Nord.

Il calo del tasso di occupazione della Sicilia, che passa dal 32,6% del 2008 al 24,0% nel 2014 (-8,6%), minore del calo del tasso di occupazione del Centro-Nord, che passa dal 50,3% del 2008 al 39,1% del 2014 (-11,2%), è quindi verosimilmente da imputare alla diminuzione delle forze di lavoro in Sicilia. Aumentano quindi gli inattivi, ovvero il numero di siciliani in età lavorativa che non solo non lavorano ma addirittura rinunciano alla ricerca di un posto di lavoro.

Si tratta quindi di dati assolutamente sconfortanti che abbinati alle altre statistiche della SVIMEZ, che appresso riporteremo, dipingono scenari assolutamente deprimenti per il futuro dell’Isola.

Com’è noto, la crisi finanziaria ed economica ha avuto conseguenze a livello globale; ma la politica economica, fatta di tagli e austerità, portata avanti dall’attuale classe dirigente non ha aiutato, ed ha anzi esacerbato, le conseguenze di tale crisi, valutata come la peggiore sin dai tempi della “Grande depressione” del 1929, ed ha al contempo allargato la forbice tra aree deboli e aree forti.

Sono quindi due crisi diverse quelle vissute nelle due zone del Paese. E la crisi vissuta dalla Sicilia accentua la condizione di cittadini di serie B di chi vi abita.

 

Un’ultima questione politica vale la pena sottolineare.

Nel tanto discusso e inapplicato Statuto siciliano vi è una norma, l’art.38, che prevede lo stanziamento di risorse da parte dello stato italiano proprio in relazione alla differenza di reddito con il resto del Paese.

L’art.38 recita:

  1. Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici.
  2. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale.
  3. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo”

 

È chiaro che questo articolo di rango costituzionale, se rispettato e applicato, avrebbe rappresentato un contributo nel contenimento degli effetti della crisi economica.

La sua non applicazione dimostra però in modo palese la volontà dello Stato italiano a mantenere in una condizione di minorità la Sicilia e i siciliani, così come dimostra, allo stesso tempo, l’incapacità della classe dirigente siciliana (formata peraltro da rappresentanti locali dei partiti italiani) a far valere i diritti e le prerogative autonomistiche.

 

 

 

 

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