Dalle origini

Sicilia 2

Un po’ di storia

Dal Regno Siceliota al Regno di Sicilia

L’Autonomia non è nata ieri, né è un incidente di percorso nella lunga storia della Sicilia. Essa è, per così dire, nel codice genetico della Sicilia stessa. La Sicilia è sempre stata o quasi un’entità politica unita e a sé stante, quasi sempre un vero e proprio Stato, talvolta del tutto indipendente, tal altra come stato autonomo all’interno di formazioni più grandi. Da sempre, fino al 1860, la Sicilia ebbe una storia nazionale propria, prima di confluire in quella italiana.

Già nell’Antichità i primi abitanti dell’Isola scoprirono la loro distinta e comune identità. Nel V secolo a. C. gli indigeni organizzarono le loro comunità in una Lega Sicula, comandata dall’eroe Ducezio, per contrapporsi all’avanzata dei coloni Greci che, d’altra parte, prendevano sempre più spesso a chiamarsi Sicelioti e non più soltanto greci.

A poco a poco fra le tante città-stato cominciò ad emergere l’egemonia di Siracusa, dapprima come Repubblica Oligarchica, poi creando un vero e proprio dominio su tutta la Sicilia sotto la dinastia dei Tiranni Dinomenìdi di Siracusa, alleati degli Emmenìdi di Agrigento, infine sotto una Repubblica moderatamente democratica, detta Politeia. Più tardi, a ovest, anche le cittadine puniche ed elime si federarono in un’unica provincia, sotto la protezione della potente Cartagine; provincia che i Greci chiamavano Epicrateia.

Ma la vera svolta avvenne con il famoso il Congresso di Gela del 424 a. C., nel quale il politico siracusano Ermocrate celebrò il famoso discorso secondo cui “Non siamo piú Dori, né Ioni, ma Siciliani!”; con questa storia si considera iniziata la lunga storia del Sicilianismo politico, cioè della convinzione dei Siciliani di far parte di una comune Terra, con un comune destino e interessi. Si ritiene che, da allora, la Trinacria, antichissimo simbolo geografico dell’Isola, abbia assunto il valore etnico e politico che ha ancora oggi come simbolo di una comunità che attraversa i secoli. Ma la Symmachìa Siceliota (cioè la loro alleanza militare) era ancora solo una debole confederazione politico-militare di tante città-stato sotto l’egemonia di Siracusa.

A poco a poco però si va costruendo un vero e proprio Stato di Sicilia. Primo fu Dionisio il Vecchio, che si proclamò Arconte di Sicilia, oltre che Stratega Autocrate per la sola Siracusa come i suoi predecessori, e che costruì un Impero Siceliota esteso su larga parte dell’Italia meridionale e con un’estrema colonia persino ad Ancona. Dopo una breve fase repubblicana, sarà la volta di Agatocle, che per primo si proclama Re di Sicilia: il suo dominio e le sue armi arrivano dall’Italia all’Africa. Il regno ellenistico di Sicilia vive ancora a lungo, ma a poco a poco declina e diventa un piccolo protettorato romano, soprattutto sotto il lungo dominio di Gelone II.

Nel II secolo a.C. la Sicilia diventa una Provincia romana ma non per questo viene confusa con altri Popoli o amministrazioni. Dapprima la Provincia viene costruita nella parte occidentale, sulla parte che un tempo era stata cartaginese, poi anche su quella orientale, quando il Regno Siceliota viene inglobato. Anzi, con i Romani, la Sicilia viene finalmente unificata ed assoggettata ad un unico governo che mantiene in gran parte le leggi che erano state dei Sicelioti. La Sicilia romana non fu mai confusa con l’Italia, neanche dopo molti secoli, e restò per sempre anche una terra di lingua e cultura greca, accanto a quella latina che molto lentamente andava penetrando.

Quando, passata la breve parentesi barbarica, l’Impero Romano diventa “d’Oriente”, cioè Greco-Bizantino, nulla o quasi cambia per la Sicilia che rimane un Thema (cioè una “provincia”) a sé, governata da un “Patrizio”, che ereditava in tutto le funzioni degli antichi “Proconsoli” e “Pretori” romani, e degli antichissimi “Re e Tiranni” di Sicilia, sempre a Siracusa, antica capitale di Sicilia.

Con la conquista degli Arabi del Nordafrica, i Saraceni, molto lenta e sofferta, nel  IX secolo d.C. e nei primi anni del X, la vita politica della Sicilia si organizza su di un Emirato, questa volta centrato su Palermo. All’inizio l’Emirato è elettivo e subalterno agli emiri del Nordafrica. Ma presto diventa praticamente indipendente, e infine del tutto indipendente e addirittura ereditario sotto la dinastia della famiglia kalbita. Il ricordo dell’antico Regno di Sicilia non era mai svanito. A un certo punto, nel massimo splendore, gli emiri di Sicilia, prendono il titolo di “Malek”, cioè re. Poi l’emirato decade ed entra in una guerra civile.

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In questo frangente la Sicilia è invasa dai cavalieri normanni, che alla fine dell’XI secolo la conquistano e, sulle ceneri dell’emirato, costruiscono il moderno Stato di Sicilia, praticamente lo stesso che, dopo molte trasformazioni, sarebbe arrivato 800 anni dopo all’Unità d’Italia.
Dapprima la formazione politica è incerta: i nuovi conquistatori si chiamano Gran Conti o Consoli di Sicilia. Secondo le antiche usanze normanne e, prima ancora, vichinghe, il condottiero non è un monarca assoluto, ma si circonda, per le decisioni più importanti, dei suoi “compagni”, detti in latino comites, cioè i “conti”, i nuovi grandi feudatari, in “Consigli”, cui partecipano talvolta anche i grandi Abati e Arcivescovi, primo nucleo di quello che un giorno sarebbe diventato il Parlamento di Sicilia, il più antico Parlamento del Mondo. La prima di queste “assise” si tenne a Mazara nel lontanissimo 1097.

Nel Natale del 1130 Ruggero II, memore dell’antica identità e sovranità della Sicilia, dopo aver aggregato a sé tutta l’Italia meridionale con i titoli di “Duca di Puglia” e “Principe di Capua”, trasforma la Gran Contea in un vero e proprio Regno, e nel far questo unisce la Sicilia con la Calabria che insieme costituiscono il nucleo centrale di un grande dominio che va dall’Abruzzo a Tripoli, dall’Algeria all’Albania.

Ruggero II è il fondatore del nuovo “Regno di Sicilia”, o il rifondatore dopo quello dell’Antichità, ma è anche il fondatore del Parlamento, perché per la prima volta, sia pure in maniera straordinaria, convoca a Palermo, oltre ai nobili ed al clero, i rappresentanti delle città siciliane e calabresi, cioè del Popolo, e non solo si fa incoronare Re per grazia di Dio (attraverso la benedizione del papa, anzi, per qualche anno, da un anti-papa che si contrapponeva al pontefice di Roma), ma anche, per la prima volta nella storia, per volontà della Nazione, dato che la sua “elezione” a re fu discussa e votata dal Parlamento stesso. Il Natale del 1130 è quindi virtualmente la nascita della Monarchia ma anche la nascita del Parlamento di Sicilia. Molto spesso questo sarebbe stato chiamato ad acclamare i nuovi re, soprattutto quando si estingueva la famiglia regnante.

All’inizio, però, il Re resta un sovrano assoluto che, di tanto in tanto, “consulta” la Nazione attraverso il Parlamento. I rappresentanti delle città, che testimoniano della natura realmente rappresentativa, se non proprio ancora democratica, della monarchia siciliana sono all’inizio straordinari o saltuari ma, con Federico e poi Manfredi di Svevia (XIII secolo), questa presenza diventa stabile.

Sotto Federico di Svevia, Re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore, il Regno di Sicilia diventa la massima superpotenza del mondo: la sua autorità va dai confini della Danimarca a Gerusalemme. Palermo è per qualche istante la “Capitale del Mondo”. Federico fa approvare a Melfi dal Parlamento le sue celeberrime “Costituzioni”, primo faro di luce in un’epoca barbara. Ma Federico trascura anche un po’ la Sicilia, tentando una fusione con le corone del Sud Italia che lo portano, negli ultimi anni di Regno, a risiedere sempre piú in Italia meridionale.

Nel 1266 il Regno è invaso dagli usurpatori angioini che prendono abusivamente la Corona di Sicilia ma ne stravolgono gli ordinamenti e la natura: la capitale è portata da Palermo a Napoli e il Parlamento non sarebbe stato mai piú convocato. Piú che una continuazione del glorioso Regno di Sicilia, delle famiglie normanne e sveve, di cui mantiene il solo nome, è in realtà la fondazione del Regno di Napoli, che è una cosa completamente diversa, e che ora tratta la Sicilia come un possedimento.

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