Il progetto di Statuto autonomo del 1860 e la Sicilia nel Regno d’Italia

Costituzione 1860

La Rivoluzione del 1848/49 lasciò grandi prerogative autonome alla Sicilia: il Luogotenente borbonico era praticamente il capo di un governo separato; il governo era tutto composto da siciliani e la Sicilia aveva una propria moneta e una propria polizia. Ma non aveva libertà politiche né un Parlamento. I patrioti siciliani si convertirono alla causa dell’Unità d’Italia, abbandonando l’idea della Sicilia indipendente.

Nel 1860 Giuseppe Garibaldi sbarcò a Marsala e, poco  dopo, si proclamò a Salemi Dittatore di Sicilia, richiamando in vigore le leggi del periodo rivoluzionario del ’48. La Sicilia si avviava a fare parte dell’Italia, anche se provvisoriamente ebbe un proprio governo separato.

Questo Governo convocò per il 21 ottobre un’Assemblea, cioè un Parlamento che avrebbe dovuto decidere le forme e i modi con le quali lo Stato di Sicilia si sarebbe dovuto unire, federandosi, con il Regno d’Italia che si stava costruendo. I Siciliani, infatti, non avevano abbandonato l’idea dell’Autonomia. Purtroppo arrivò da Torino, che allora era ancora un paese estero, l’ordine di trasformare quelle elezioni in un Plebiscito, cioè in un referendum in cui ai Siciliani veniva chiesto solo di esprimere un SÍ incondizionato all’annessione all’Italia. Il Plebiscito non fu pienamente regolare: il voto non era segreto e non era chiaro che cosa sarebbe successo se avesse vinto il NO. In questo modo, un po’ illegittimo, la Sicilia fu occupata e ad essa furono estese immediatamente tutte le leggi piemontesi.

Prima di sciogliersi, il Governo dello Stato di Sicilia, costituì un Consiglio Straordinario di Stato, che elaborò un progetto di Statuto autonomo per la Sicilia in cui sopravviveva il meglio delle sue antiche costituzioni e in cui si trovavano già segni che si sarebbero trovati nell’attuale Statuto di Autonomia. Secondo questo Statuto, tranne la difesa e gli esteri, l’amministrazione della Sicilia sarebbe dovuta essere in tutto e per tutta separata e affidata a un Luogotenente, come Ministro del Re, circondato da Ministri/Segretari siciliani. La Sicilia avrebbe dovuto avere un suo Consiglio deliberativo, cioè avere ancora il suo Parlamento, che avrebbe potuto fare leggi in molti campi e avrebbe deciso su tutta la politica fiscale. La maggior parte del patrimonio pubblico sarebbe stata amministrata dai Siciliani e non dallo Stato italiano e in Sicilia i Siciliani avrebbero dovuto trovare ogni grado di giudizio, come sempre era stato. In poche parole, ancora nel 1860, i Siciliani non rinunciavano ad un rapporto federale con l’Italia.

Questo progetto di Costituzione autonoma fu presentata a Vittorio Emanuele II, il primo Re d’Italia, il 2 dicembre del 1860, quando la Sicilia fu annessa all’Italia, che nasceva proprio in quei mesi (piú esattamente nel marzo successivo) per trasformazione del vecchio Regno di Sardegna (Piemonte). Ma il Re e il Governo italiano non ne tennero conto. Per due anni tennero un’amministrazione separata, con pochi poteri, ma già nel 1862 abolirono la Luogotenenza di Sicilia ed ogni parvenza di Autonomia.

La Sicilia nell’Ottocento fu sottoposta ben quattro volte a stato d’assedio e occupazione militare. Le sue condizioni economiche e sociali, anziché migliorare, peggiorarono rapidamente. L’idea dell’Autonomia però non tramontò mai. Nel 1866 si ebbe una vera e propria rivolta contro l’Unità d’Italia. Di nuovo, negli anni 1892-95, un vasto movimento contadino ed operaio, i Fasci Siciliani, agitò violentemente la Sicilia. I socialisti siciliani, in un famoso “Memorandum”, chiedevano l’Autogoverno per la Sicilia. Si rispose per un anno (1896/97) con una leggera forma di decentramento, costituendo l’Alto Commissariato civile per la Sicilia, ma poi si ritornò all’antico. L’Italia non voleva accettare l’idea di una Sicilia autonoma.

L’accentramento raggiunse livelli mai superati durante il Fascismo, quando la Corte di Cassazione e il diritto di battere moneta del Banco di Sicilia, ultime sopravvivenze della Sicilia autonoma, furono cancellate. La Sicilia fu trasformata nel Granaio dell’Impero e i funzionari pubblici siciliani deportati in massa nel 1940.

Garibaldi in Palermo