La Costituzione del 1812

Costituzione 1812

La Sicilia era di colpo diventata pienamente indipendente, sebbene del tutto impreparata: un re che si considerava ospite e che voleva solo tornare a Napoli, che governava per mezzo di fuoriusciti dell’Italia meridionale da un lato, e la protezione ingombrante e interessata degli Inglesi dall’altro. Adesso il Re si occupava direttamente del Regno di Sicilia e trovava insostenibile la Costituzione, il Parlamento, le Autonomie civiche. I rapporti tra Corona e Parlamento andarono sempre a peggiorare. Nel 1803 tornò a Napoli, che aveva nel frattempo riconquistato, ma non nominò più un “Viceré proprietario”: governò da lontano, per mezzo di un Luogotenente. Ma nel 1806 dovette fuggire di nuovo in Sicilia, e sembrava non potesse tornare più. A un certo punto tentò di sbarazzarsi del Parlamento Siciliano con un colpo di stato: impose delle tasse senza convocare il Parlamento, e, alle proteste dei Siciliani, fece confinare i capi del partito parlamentare. Intervenne la Gran Bretagna che, temendo disordini, fece liberare i confinati e riconvocare il Parlamento.

Il Re fu recluso al Bosco della Ficuzza e costretto a cedere provvisoriamente i suoi poteri al figlio. A questo punto successe una cosa incredibile, una pagina gloriosa nella storia di Sicilia.

Il Parlamento, convocato ancora secondo le antichissime regole del 1296, si intestò l’idea di dotare la Sicilia di una nuova Costituzione, si trasformò cioè in Assemblea Costituente. La Sicilia così si dotò, nel lontano 1812 della prima costituzione liberale italiana, di cui oggi ingiustamente in Italia molti si sono dimenticati.

La Costituzione siciliana del 1812 era modellata su quella inglese, di cui condivideva le lontane origini normanne, ma riprendeva anche la vecchia Costituzione del Vespro, adattata ai tempi. I tre poteri furono nettamente distinti. Il “potere legislativo” fu affidato a un Parlamento di due Camere: la Camera dei Comuni, in cui ora erano rappresentati tutti il territorio siciliano e non più solo le 42 città demaniali del Regno; e la Camera dei Pari, in cui i Pari Temporali e quelli Spirituali erano gli stessi che avevano fatto parte dei vecchi “Bracci” militare ed ecclesiastico. Il “potere esecutivo” fu affidato al Re, ma i Ministri erano posti sotto il controllo del Parlamento. Il potere giudiziario alla “magistratura”, soggetta solo alla legge e alle sentenze della Camera dei Pari costituita in Alta Corte. Furono introdotti i Consigli civici e le Magistrature elettive in tutti i comuni dell’isola. Fu abolito il feudalesimo e con esso ogni forma di servitù o sopravvivenza addirittura di schiavitù. Furono riconosciute le libertà e i diritti civili che ancora oggi figurano nella nostra Costituzione. La politica fiscale fu posta sotto il controllo della sola Camera dei Comuni, con il solo potere di veto da parte della Camera dei Pari; per contro la politica estera era messa sotto il controllo della Camera dei Pari.

Tutti i cittadini maschi non analfabeti con una rendita minima di 18 onze annuali (un reddito bassissimo, paragonabile a circa 10.000 euro l’anno di oggi) erano elettori della Camera dei Comuni, mentre, per essere eletti il reddito dove essere più alto (150 onze annuali, e quindi bisognava essere benestanti, anche se non proprio ricchi). La Camera si rinnovava ogni 4 anni, come i vecchi Parlamenti di Sicilia. A ciascun cittadino spettava, per mezzo di un Parlamentare, il diritto di fare domande, di presentare querele o, addirittura, di presentare “disegni di legge”. L’ammissione invece alla Camera dei Pari, oltre che per diritto ereditario, poteva avvenire per nomina regia, ma bisognava essere cittadini siciliani ed avere una rendita annua stratosferica, corrispondente a diversi milioni di euro di oggi; la Camera dei Pari era ancora l’Assemblea dei vecchi “gattopardi” di Sicilia, dei suoi potentissimi e ricchissimi baroni.

Lo Stato si impegnava a far conoscere a tutti la Costituzione.  Così recitava un suo passo:

«Ogni cittadino siciliano sarà in dovere di conoscere la Costituzione del regno; così sarò obbligo dei parroci e dei magistrati municipali [sarebbero i Sindaci di oggi] l’istruire della Costituzione del 1812, tutti coloro che appartengono ai loro quartieri ed al loro comune; come egualmente sarà dovere della Università e delle scuole pubbliche e private il leggere due volte l’anno la Costituzione.»

Purtroppo, dopo solo un anno e mezzo, il Re, uscito dal confino della Ficuzza prese di nuovo il potere e svuotò questo documento preziosissimo. Nel 1815 il Parlamento fu sciolto definitivamente. L’anno dopo la Costituzione, che sanciva la perpetua indipendenza della Sicilia e che, se il Re fosse tornato in possesso del Regno di Napoli, avrebbe dovuto lasciare la Sicilia al figlio, fu tradita e stracciata: il Regno di Sicilia, dopo sette secoli di vita, veniva cancellato con un semplice decreto e fuso con il Regno di Napoli nel “Regno delle Due Sicilie”, un regno unitario di nuova costituzione.

Le libertà, i diritti civili, le autonomie municipali, tutte le conquiste del 1812 in una parola, furono revocate e fu instaurato uno “stato di polizia” che i Siciliani non avevano mai sperimentato, se non forse nei lontani giorni della “Mala Signoria” degli Angioini. L’unica conquista che fu mantenuta fu l’abolizione del feudalesimo e, anzi, va detto che per rafforzare il potere centrale la lotta a ciò che del feudalesimo sopravviveva fu sempre portata avanti, sia pure con molta lentezza, dal nuovo potere borbonico. Ma, al di là di qualche buon provvedimento paternalistico, la Sicilia era stata cancellata dalla carta geografica.

Costituzione di Sicilia stabilita nel generale straordinario Parlamento del 1812.

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