La Rivoluzione del Vespro e la monarchia costituzionale

Costituzione vespro

L’abuso però dura poco. I Siciliani si ribellano il 30 marzo del 1282: è l’ora del Vespro. In breve i francesi sono cacciati dall’Isola e la Sicilia si scopre fieramente Nazione. Da quel momento il Giallo, spesso insieme al Rosso, diventano i colori della Sicilia. Difende come può, da sola, la propria indipendenza di fronte a tutte le potenze di allora. Dopo aver tentato brevemente di dotarsi di una struttura municipale e confederale (la “Comunità di Sicilia”), sceglie di offrire la corona di Sicilia alla famiglia reale dell’Aragona. La famiglia “Aragona” diventa la casa regnante di Sicilia, ma con una dinastia separata da quella che regna in Spagna. Il suo stemma, le due aquile di Svevia, inquartate sulle bande rosse e giallo-oro, sarebbe restato il simbolo ufficiale del Regno di Sicilia fino alla sua estinzione, nel 1816.

In quegli eroici giorni Federico di Aragona, nell’occasione della sua “elezione” a Re, convoca uno straordinario Parlamento, a Catania, nel 1296: i Capitoli approvati a Catania trasformano la Sicilia nella prima monarchia costituzionale al mondo in senso moderno.

Il Re non può approvare tributi senza il parere del Parlamento, né può decidere guerra e pace senza il suo parere. Questo Parlamento è costituito dai rappresentanti di tutte le città e terre dell’Isola: sia i signori, feudali ed ecclesiastici, delle varie baronie, sia i “sindaci” delle città demaniali o libere. Il Re deve sempre risiedere in Sicilia, cioè la Sicilia dovrà essere “sempre stato indipendente”, come molti secoli dopo avrebbe recitato un’altra costituzione siciliana. Il Re e il Parlamento, che si poteva costituire anche in Alta Corte di Giustizia, decidevano in pratica tutto di comune accordo. In caso di estinzione della famiglia del re, come era sempre stato, spettava al Parlamento “eleggere” il nuovo re. Il Parlamento doveva riunirsi con regolarità ogni anno.

Questa costituzione, in teoria, sarebbe durata piú di 500 anni. In pratica subí diverse violazioni ma restò sempre il vessillo di Autonomia del Popolo siciliano.

I Siciliani ottengono finalmente il riconoscimento della loro indipendenza con la Pace di Caltabellotta, nel 1302, ma ora il Regno si è ristretto solo all’Isola di Sicilia, sebbene per qualche tempo non rinuncia a qualche conquista, come quando controlla in Grecia il Ducato d’Atene e Neopatria. Per qualche tempo il Re di Sicilia è costretto a chiamarsi “Re di Trinacria”, perché i Re di Napoli vogliono mantenere per sé il titolo di “Re di Sicilia” e sperano che l’Isola col tempo ritorni in loro possesso. Cosí si formano “due” Regni di Sicilia, uno “al di qua del Faro” (cioè il Regno di Napoli), e uno “al di là del Faro” (cioè la Sicilia vera e propria). Solo nel 1372 le “Due Sicilie” fanno finalmente pace e si riconoscono reciprocamente l’indipendenza.

Non molto tempo dopo, nel 1412, approfittando dell’estinzione della casa regnante di Sicilia, il Re di Aragona Ferdinando I proclamò l’Unione personale della Sicilia con l’Aragona: i due regni, cioè, restavano indipendenti e separati, ma con lo stesso re che, per governare la Sicilia, dovette cominciarsi a servire di suoi luogotenenti, i “Vicerè”.

Nel 1460 Re Giovanni proclamò l’Unione perpetua tra la Sicilia e l’Aragona, con cui la prima perdeva la sua piena indipendenza, ma la sua autonomia interna fu rafforzata: ora il Vicerè era detto “proprietario”, cioè aveva un regolare mandato di tre anni e poteva agire in tutto e per tutto senza il parere del re, che infatti prese a disinteressarsi delle cose di Sicilia. Il Parlamento, convocato ogni tre anni, fu diviso in tre Camere o Bracci: Militare (i feudatari), Ecclesiastico (i prelati), Demaniale (i rappresentanti delle città) e nominava una Commissione Permanente di 12 membri, la “Deputazione del Regno”, che toglieva al Re e al Viceré tutta l’amministrazione delle imposte dirette (quelle, cioè, sui redditi e sui patrimoni). I funzionari e i ministri del Regno dovevano essere tutti Siciliani e nominati a vita, tranne il Viceré. Il Regno manteneva tutto il proprio patrimonio e non uno spicciolo andava fuori dal Regno. Il Regno aveva le proprie leggi, la propria flotta, la propria moneta. Era in tutto e per tutto una monarchia indipendente, seppure sotto la protezione esterna dell’Aragona e poi della Spagna. I re “stranieri”, prima di prendere la Corona di Sicilia, dovevano giurare fedeltà alle Costituzioni e Capitoli del Regno, cioè alla sua Autonomia.

Ai primi del XVIII secolo crolla la grande potenza spagnola e la Sicilia viene assegnata ai Savoia (1713) ma per certe cose resta sotto l’alta sovranità spagnola. I Siciliani non accettarono mai di buon grado il re piemontese, che sopportava male a sua volta tutta l’Autonomia del Regno e del suo Parlamento e accolsero con festa gli Spagnoli quando questi tornarono poco dopo (1718). Poi fu la volta degli Austriaci (1720), ma anche questi dovettero rispettare la Costituzione del Regno e consideravano la Sicilia come un pezzo di Spagna, in attesa di conquistare quel Paese e tenevano a Vienna una cancelleria in Spagnolo per comunicare con il Regno di Sicilia.

Solo nel 1734 la Sicilia, sotto i Borbone, fu proclamata di nuovo pienamente indipendente. Ma re Carlo di Borbone, che era anche re di Napoli, deluse un po’ i Siciliani, perché decise di fissare a Napoli la sua residenza e di inviare a Palermo un Viceré, come tutti i sovrani precedenti. Ma i Borbone, che presero il titolo di “Re delle Due Sicilie”, mantenevano per il momento i due regni di Napoli e Sicilia come due stati separati che però all’estero costituivano una sorta di confederazione. All’interno il Re fu piú presente dei sovrani del passato e rafforzò la sua autorità, ma rispettò la Costituzione parlamentare della Sicilia; la durata del Parlamento fu portata da tre a quattro anni. La Costituzione del 1296, come corretta nel 1460, continuava per il resto a valere, con un governo del Viceré proprietario, assistito dal Sacro Regio Consiglio. Oltre al Parlamento e alla sua Deputazione, gli organi costituzionali del Regno erano ancora la trasformazione di antichissimi uffici dei tempi del Regno normanno, tutti praticamente a vita, e tutti affidati rigorosamente a cittadini del Regno di Sicilia: il Tribunale della Monarchia, che comandava la Chiesa di Sicilia, di cui il Re e non il papa era a capo, per antico privilegio che risaliva ai normanni, il Tribunale della Sacra Regia Coscienza e del Concistoro, supremo organo di giustizia amministrativa e di regolamento di tutti i conflitti costituzionali, il Tribunale del Real Patrimonio, che faceva sia da Corte dei Conti sia da Ministero delle Finanze, la Gran Corte Civile e Criminale, che era il tribunale di massimo appello un po’ come la moderna Corte di Cassazione. Con queste istituzioni autonome ben poco potere restava al Re, anche per mezzo del governo del Vicerè.

Questo mondo, antico e un po’ cristallizzato, fu travolto dai fatti della Rivoluzione Francese e dall’epoca napoleonica.

Nel 1798 il Re di Napoli, inseguito dalle armi francesi, si rifugia in Sicilia, protetto dalla flotta britannica. L’ultimo viceré rassegna nelle sue mani le dimissioni. È la fine di un’era.

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